A Soverato, nel consiglio comunale del 19 febbraio si discuterà la proposta del sindaco Daniele Vacca di cambiare il nome di Corso Umberto I in Corso Falcone e Borsellino, dedicando l’arteria principale della città ai magistrati simbolo della lotta alla mafia. Un’operazione che, sulla carta, ha il pregio dell’alto profilo simbolico. Chi potrebbe mai dirsi contrario a Falcone e Borsellino? Il punto, però, non è il “chi”. È il “come”. E soprattutto il “perché adesso”.
Perché cambiare il nome del cuore storico, commerciale e affettivo della città senza un confronto pubblico? Perché decidere che dodici consiglieri possano riscrivere un pezzo di identità urbana in una seduta consiliare? Le domande le pone – con toni tutt’altro che felpati – il capogruppo di opposizione azzurra Ranieri: Questa non è amministrazione, è cancellazione”.
Secondo l’esponente di minoranza, la variazione toponomastica sarebbe stata preparata senza consultare i cittadini. “Il Corso è Corso Umberto. Lo è per chi ci è nato, per chi ci lavora, per chi lo vive ogni giorno”, attacca. E aggiunge: “Ai giudici vittime della mafia si intitolino vie, piazze e luoghi adeguati e condivisi. Siamo a Soverato, non a Capaci”.
In discussione non è la scelta della nuova intitolazione ma il metodo, in una cittadina che si chiede se la legalità si celebri con le targhe o con il confronto democratico.
Il tema è tutto lì. Corso Umberto I non è un vicolo secondario: è la passeggiata, le vetrine, i ricordi, le fotografie di famiglia. Cambiarne il nome non è un atto tecnico, è un gesto politico. E quando un gesto politico tocca l’identità collettiva, il minimo sindacale, chiede l’opposizione sarebbe aprire un dibattito pubblico, magari perfino un referendum.
Ranieri parla di “ossessione nel cambiare la storia” e di “mancanza di trasparenza”. Parole forti, che lasciano invariata la sostanza: perché una decisione di tale portata arriva in aula senza un percorso partecipato?
In città il dibattito monta, commercianti, residenti e associazioni si interrogano. C’è chi vede nell’iniziativa un atto dovuto, chi la considera uno schiaffo alla storia locale e parte una petizione on line.
Il 19 febbraio si capirà se la proposta passerà così com’è o se l’amministrazione sceglierà la strada del confronto. Perché dedicare una via a Falcone e Borsellino è sempre un onore, ma farlo dividendo la comunità rischia di trasformare un gesto di memoria in un caso politico.
E a quel punto il problema non sarà il nome scritto sulla targa. Ma quello inciso nel metodo.


