Non serve cambiare le parole della tragedia per renderla contemporanea. A volte basta restituire loro il peso che il tempo non è riuscito a consumare. È ciò che accade con “Le Troiane – Le voci delle vinte”, la rilettura proposta da Spazio Scenico nell’Arena di Soverato davanti a oltre mille spettatori: uno spettacolo che parte da Euripide ma progressivamente se ne emancipa, trasformando la caduta di Troia in una lente attraverso cui osservare le guerre di oggi. A dominare la scena è un’immagine impossibile da ignorare: un gigantesco cavallo di Troia che incombe sull’arena e sembra quasi schiacciare uomini e donne sotto il peso della storia. È il cuore dell’impianto scenografico firmato da Pino Procopio e, più ancora che elemento scenico, diventa personaggio. Presenza muta e minacciosa, monumento all’inganno che precede la distruzione, resta lì a ricordare per tutta la rappresentazione che Troia è già caduta e che ciò che rimane da raccontare non è la battaglia, ma quello che viene dopo.
Ed è precisamente il “dopo” la guerra, il territorio nel quale Le Troiane continua dopo oltre duemila anni, a essere un testo disturbante.
Perché Euripide compie una scelta che conserva ancora oggi qualcosa di rivoluzionario: non racconta gli eroi, racconta le vittime. Non celebra chi ha conquistato Troia, ma ascolta chi ha perso tutto. Le madri, le mogli, le figlie. Le donne destinate a sopravvivere abbastanza da vedere la propria città trasformarsi in cenere.
Su questa intuizione costruisce il proprio senso la rilettura del regista Pino Procopio e dallo staff di professionisti che lo accompagna tra cui Igor Gullà che ha accompagnato le musiche e Mariella Bruzzese che magistralmente ha curato gli abiti di scena.
Il videomapping di Gianni Bruzzese attraversa il grande cavallo, lo anima e lo trasforma, facendone una superficie narrativa sulla quale passato e presente finiscono per sovrapporsi. La tecnologia non prende il posto del teatro, ma ne amplifica la capacità evocativa, accompagnando una sceneggiatura densa che cancella progressivamente la distanza temporale.
Troia potrebbe essere ovunque.
È qui che lo spettacolo raggiunge la sua forza più autentica. I monologhi avvicinano quelle donne allo spettatore fino quasi ad annullare il confine della scena. Le loro parole smettono di appartenere alla mitologia e assumono il volto delle immagini che scorrono quotidianamente davanti ai nostri occhi: città rase al suolo, popolazioni costrette alla fuga, bambini sacrificati, madri rimaste senza figli.
Cambiano i secoli. Cambiano le armi. Non cambia la grammatica della guerra.
E allora anche le categorie di vincitori e vinti finiscono per perdere significato. Perché quando una città brucia, quando una generazione viene cancellata e quando la vittoria pretende come prezzo la distruzione dell’altro, persino il trionfo assume il sapore della sconfitta.
A sostenere questa costruzione sono decine di interpreti in scena, dentro una dimensione fortemente corale che restituisce alla tragedia il carattere del rito collettivo. E davanti, sugli spalti, oltre mille persone. Una comunità raccolta intorno a una storia vecchia di venticinque secoli che, proprio per questo, dovrebbe sembrarci lontanissima e invece appare dolorosamente vicina.
È forse questa la misura più alta del lavoro di Spazio Scenico: non aver cercato di modernizzare Euripide, ma aver dimostrato quanto poco fosse necessario farlo.
Perché Le Troiane non racconta davvero la fine di Troia. Racconta ciò che l’uomo continua ostinatamente a ripetere.
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