Megalopolis utopia o condanna? Coppola lancia la sfida da Soverato 

“Vi parlerò come se foste dei miei collaboratori: quello che voglio fare questa sera è un salto nel futuro”. Francis Ford Coppola arriva a Soverato forte del suo carisma che mette in fila centinaia di persone pronte ad assistere alla proiezione di “Megalopolis”, ma ancor di più a partecipare al dialogo interattivo “How to change the Word”. In platea ci sono i tanti giovani del “Magna Graecia School in the City”, a testimonianza di un progetto culturale che estende i suoi confini anche oltre le giornate di svolgimento del Magna Graecia Film Festival di cui l’incontro con Coppola ha costituito un’anteprima. Una serata evento già scolpita nella storia di Soverato, nell’incontro con l’autore di capolavori immortali come “Il Padrino” e “Apocalypse Now”. I contenuti visionari e provocatori dell’ultima opera autofinanziata da Coppola, suggeriscono l’interrogativo di partenza sulla possibilità di considerare “Megalopolis” come un’utopia possibile o al contrario come un futuro inevitabile.  Il film  fonde l’architettura decadente di una New York apocalittica con il fasto e la rovina dell’antica Roma, attraverso lo sguardo utopico del protagonista Cesar, interpretato da Adam Driver. Un personaggio che, forse, incarna lo stesso Coppola, architetto visionario in cerca di un rimedio alla crisi morale del nostro tempo.

Durante l’incontro al Supercinema di Soverato, il regista ha realizzato con dieci ragazzi un esperimento interattivo avviando una sorta di brainstorming riportando su una lavagna parole chiave per chiedere loro come migliorare la società contemporanea. “Sappiamo di essere governati da concetti millenari. Dobbiamo avere il coraggio di rimetterli in discussione” spiega il regista, costruendo pian piano un manifesto per il futuro. Molti i temi affrontati, a partire dalla riflessione sul tempo, rappresentato dall’orologio simbolico del film: “Il tempo scandisce le nostre giornate, il nostro lavoro, la nostra vita- osserva Coppola- rendendole oppressive”. Si è poi discusso del lavoro e della differenza tra ciò che si ama e ciò che si fa solo per sopravvivere: “In un mondo ideale – continua– ognuno dovrebbe dedicarsi a ciò che ama, mentre il lavoro alienante dovrebbe essere affidato ai robot”. Denaro e concetti di reddito universale aprono la visione politica del cineasta: “credo che in una società giusta ogni cittadino dovrebbe ricevere un corrispettivo equo dallo Stato. Non è comunismo, è equità. È l’uguaglianza che dobbiamo insegnare”. Le sue logiche sono tutte contro il potere, verso un modello di matriarcato. Nella sua personale “Nuova Atlantide”, Coppola immagina un mondo governato da politici non retribuiti, senza ambizioni di carriera, lontani da logiche patriarcali: “Nel passato, dire sono il vostro re significava siete i miei schiavi. Ma molte società erano rette da un sistema matriarcale. Dovremmo tornare a una visione più inclusiva e meno gerarchica del potere”. Nel lungo dialogo con il pubblico soveratese, Coppola rievoca anche il suo personale passato, fatto da una solitudine spezzata dalla passione per il cinema che l’ha salvato. 

“Da ragazzo ero molto solo-spiega- e per questo andavo al cinema. È da lì che è nata la mia passione”.  Per i giovani il messaggio finale: “fate ciò che amate”. Un invito alla libertà creativa e alla ricerca di sé, anche nei momenti più difficili. Il maestro del cinema non accenna alla notizia trapelata da giorni sulla scelta di girare un film in Calabria, rifiutando anche di ritirare il premio Colonna d’Oro a lui conferito dal festival. Un gesto che ha lasciato stupiti ma che  racchiude coerentemente l’essenza stessa del regista: libero, anticonvenzionale, imprevedibile. Con i suoi 217 milioni di dollari d’incasso e un’eco culturale già fortissima, Megalopolis non è solo un film: è un grido, un manifesto, un sogno che resiste al tempo. A Soverato, Francis Ford Coppola ha dimostrato ancora una volta di non appartenere al passato del cinema, ma di voler contribuire attivamente alla costruzione del suo futuro. 

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