A Soverato succede una cosa curiosa, ma non troppo: quando il cielo decide di fare sul serio, lo Stato preferisce restare con il fiato sospeso. Pioggia, vento e grandine, ma l’allerta non arriva e allora i commercianti fanno quello che in Calabria si è sempre fatto meglio di qualsiasi algoritmo: si arrangiano. Abbassano le saracinesche alcuni dal primo pomeriggio altri in serata, una sorta di protezione civile fai-da-te, più affidabile di un bollettino ufficiale. Il risultato è che mentre qualcuno discute se la pioggia sia “intensa” o solo “moderatamente intensa”, i vigili del fuoco corrono. Duecentoventuno interventi in tutta la Calabria, più di ottanta nella sola provincia di Catanzaro. Numeri che non hanno bisogno di commento, perché il commento è già scritto nelle cantine allagate, negli alberi caduti, nelle strade trasformate in torrenti improvvisati. L’acqua non legge le circolari, ma conosce benissimo le debolezze del territorio. Eppure le stazioni meteo ci sono. Installate ovunque, come sentinelle tecnologiche che dovrebbero avvisarci del pericolo in arrivo. Peccato che spesso sembrino più brave a registrare il disastro che a prevenirlo. Funzionano benissimo a posteriori: misurano i millimetri di pioggia caduti, certificano che pioveva davvero tanto. È il “prima” che continua a sfuggire, come se il sistema fosse tarato sulla memoria e non sull’anticipo.
Così accade che l’allerta diventi un concetto filosofico più che operativo. Un’idea astratta, buona per i convegni e per le relazioni finali, ma poco utile a chi deve decidere se tenere aperto un negozio o mandare a casa i dipendenti. I commercianti di Soverato sono così diventati meteorologi empirici: osservano il colore del cielo, ascoltano il rumore del vento, controllano le previsioni sul telefono e poi decidono. Non aspettano nessuno, perché nessuno arriva. Il paradosso è tutto qui: in una regione abituata alle emergenze, l’emergenza vera è l’ordinaria amministrazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA


