“I Pretoriani della Repubblica”: a Catanzaro la presentazione del romanzo di Raffaele Fedocci

Una narrazione intensa e coinvolgente che racconta, sullo sfondo degli anni Ottanta e di un’indagine in terra di camorra, la vita di una squadra di carabinieri e il percorso umano e professionale del tenente Bertoni, giovane ufficiale del Nord chiamato a confrontarsi con una realtà distante e complessa come quella dell’hinterland partenopeo. È l’essenza più viva e coinvolgente del romanzo “I Pretoriani della Repubblica” che porta la firma del Generale Raffaele Fedocci, già comandante provinciale dell’Arma a Catanzaro, presentato ieri pomeriggio nella sala concerti di Palazzo de Nobili a Catanzaro.

“Il libro nasce dal desiderio di restituire dignità narrativa a un mestiere spesso raccontato solo per titoli o stereotipi,” ha spiegato Fedocci.

“Il carabiniere non è solo una persona che deve applicare la legge, ma un operatore sociale, un uomo che si muove nel confine sottile tra giustizia e legalità, con il cuore, con discernimento e con ascolto.”

Il tenente Bertoni, ha raccontato l’autore, incarna l’archetipo del carabiniere in formazione: “All’inizio pieno di pregiudizi, impara poi ad amare il Sud, i suoi uomini, la sua lingua. Cresce nel dialogo con i mentori, nella quotidianità degli interventi, nelle relazioni umane più che nei manuali. È un romanzo di formazione, ma anche una riflessione sull’etica dell’azione e sull’equilibrio necessario per servire davvero lo Stato”.

In sala si è riflettuto anche sul ruolo internazionale dell’Arma, con riferimenti alle missioni di peacekeeping, come in Bosnia, dove – ha ricordato Fedocci – i Carabinieri hanno saputo distinguersi per l’approccio umano, l’ascolto e la capacità di comprendere le dinamiche locali. Il carabiniere chiede prima di tutto: ‘Perché protesti?’ È questo lo stile italiano che ci ha reso modello operativo per la NATO e l’ONU. La nostra forza è sempre stata quella di capire il contesto, anche prima di applicare la norma”.

Il romanzo, edito da Armando Editore, è stato accolto con grande entusiasmo dal pubblico presente, tra cui esponenti delle istituzioni, delle forze dell’ordine e cittadini comuni nel corso della presentazione moderata dalla giornalista Maria Rita Galati.

A colpire, oltre alla trama gialla e al ritmo narrativo, è stata l’autenticità con cui viene rappresentato il quotidiano dell’Arma, tra interrogatori e sgomberi, tra camorra e solidarietà, tra dovere e compassione.

Daniela Pietragalla, critica ed esperta linguista, ha aggiunto: “Questa è una storia che parla di crescita, ma anche di ascolto profondo. Il linguaggio diventa strumento di avvicinamento, la squadra una famiglia operativa. Il barista scarcerato, il disertore per caso, la prostituta tedesca, l’informatore Salvatore: ogni personaggio è tratteggiato con verità. Sono figure reali, credibili, e proprio per questo il romanzo ha bisogno di un seguito. Il lettore vuole sapere dove andranno, che scelte faranno”.

A dare ulteriore spessore all’incontro, le parole del sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, che ha elogiato l’opera per la sua capacità di mostrare “il lato più vero e meno visibile della divisa”.

“Questo libro – ha detto ancora – non è solo una storia di carabinieri. È un racconto sul senso del dovere e sul valore dell’umanità. Ci ricorda che l’Arma non è fatta solo di ordini e gerarchie, ma di uomini che condividono fatica, senso di giustizia e compassione. Uomini che devono saper entrare nei contesti difficili, spesso degradati, con equilibrio, lucidità e rispetto. Questo libro fa giustizia anche di certi pregiudizi e lo fa con la forza narrativa dell’esperienza vissuta”.

Ferro ha poi ricordato il legame personale con Fedocci, conosciuto negli anni in cui era presidente della Provincia di Catanzaro: “Ho sempre apprezzato in lui la capacità di coniugare fermezza e sensibilità, disciplina e umanità. In questo romanzo c’è il carabiniere, ma c’è anche l’uomo. E c’è il valore della squadra, di quei ‘fratelli in armi’ che non sono mai soli e che trovano nella coesione la vera forza”.

“La sicurezza – ha concluso il sottosegretario Ferro – non è solo una questione di leggi e dotazioni. È una scelta di vita, un atto d’amore per il Paese. I carabinieri ne sono l’espressione più alta e più vicina alla gente. Grazie Generale Fedocci per averci ricordato che servire non è solo un verbo, ma un destino da onorare ogni giorno.”

Il pubblico ha salutato con un lungo applauso il desiderio condiviso che “I Pretoriani della Repubblica” possa avere presto un seguito. Perché questa squadra di Carabinieri ha ancora molto da raccontare.

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