Sequestro, accuse ambientali e processo: assolta imprenditrice del Soveratese, “il fatto non sussiste”

Dalle accuse di gravi illeciti ambientali al sequestro preventivo dell’azienda, fino alla completa assoluzione pronunciata dal Tribunale di Catanzaro. Si chiude con un colpo di scena giudiziario una vicenda che per oltre un anno ha tenuto sotto pressione una nota attività del Soveratese specializzata nella lavorazione di marmi e pietre.

La Prima Sezione Penale del Tribunale di Catanzaro ha assolto con formula piena la titolare dell’azienda, stabilendo che “il fatto non sussiste”. Una decisione che ribalta completamente il quadro accusatorio costruito all’inizio dell’inchiesta.

Tutto era cominciato nel febbraio 2024, quando gli uomini della Guardia Costiera di Soverato avevano eseguito il sequestro preventivo dell’attività produttiva. Secondo l’ipotesi accusatoria, all’interno dell’azienda sarebbero avvenuti scarichi illeciti di reflui industriali e un deposito incontrollato di rifiuti speciali e pericolosi.

La Procura di Catanzaro aveva ottenuto dal Gip la convalida del sequestro, delineando un quadro ritenuto particolarmente grave sotto il profilo ambientale. Ma già poche settimane dopo emergevano i primi segnali di una possibile svolta: nel marzo 2024 il Tribunale del Riesame aveva accolto il ricorso presentato dalla difesa, mettendo in discussione alcuni degli elementi alla base del provvedimento cautelare.

Il procedimento penale è comunque andato avanti fino al dibattimento, dove — udienza dopo udienza — l’impianto accusatorio avrebbe progressivamente perso consistenza.

Attraverso testimonianze, verifiche tecniche e produzione documentale, la difesa ha dimostrato che l’azienda operava nel rispetto delle prescrizioni ambientali previste dalla normativa. In particolare, sarebbe stata accertata la presenza di un impianto idrico a circuito chiuso destinato al recupero delle acque di lavorazione, elemento ritenuto incompatibile con l’ipotesi di scarichi illeciti contestati.

Anche sul fronte dei rifiuti le accuse non hanno trovato conferma. Secondo quanto emerso in aula, i materiali erano custoditi correttamente nel luogo di produzione, separati per categorie omogenee e nei limiti temporali consentiti dalla legge per il successivo smaltimento.

Decisiva, inoltre, la questione relativa alla natura dei materiali sequestrati. Le analisi effettuate da una società specializzata avrebbero escluso la presenza di rifiuti pericolosi, smontando uno dei punti centrali dell’accusa.

Alla luce delle risultanze emerse durante il processo, il Tribunale di Catanzaro ha quindi pronunciato sentenza assolutoria nei confronti dell’imputata, assistita dall’avvocato Marco Grande, sancendo la totale insussistenza dei fatti contestati.

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