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Soverato: le motivazioni nella sentenza per la morte di Simona Cavallaro

Con una sentenza destinata a lasciare un segno profondo nella giurisprudenza italiana in materia di responsabilità nella custodia di animali, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro nel mese di maggio scorso ha confermato la condanna a soli 3 anni di Pietro Rossomanno, riducendo a una manciata di mesi quella di Maria Procopio, imputati per una serie di reati collegati alla drammatica morte di Simona Cavallaro, avvenuta nell’agosto del 2021. La lettura analitica, dopo la pubblicazione, delle motivazioni ha scosso però ancora di più le coscienze, ricostruendo con minuzia la violenza dell’evento, ma soprattuto confermando quello che in riva allo Ionio in molti sapevano: la morte di Simona  poteva essere evitata. I giudici per questo hanno riconosciuto Rossomanno colpevole, ma non abbastanza per accogliere le richieste della Procura che ha provato a ottenere fin dall’inizio almeno 15 anni di reclusione per la tragedia di Monte Fiorino, in cui una ragazza di vent’anni ha subìto l’aggressione mortale da parte di un branco di cani da pastore mentre si trovava in un’area pubblica attrezzata per picnic. Era il 26 agosto, Simona si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato con un amico. Nessun cartello, nessuna recinzione, nessun avvertimento. All’improvviso, il branco: una quindicina di cani maremmani e meticci; animali forti, abituati a difendere il gregge, ma anche potenzialmente letali se lasciati senza controllo. L’amico riesce a salvarsi rifugiandosi in una baracca, Simona no. L’autopsia parlerà di “shock emorragico da lesioni multiple e depezzamento”, un modo clinico per dire che quei cani l’hanno fatta a pezzi. Secondo quanto accertato in fase dibattimentale, i cani erano al seguito del gregge di Pietro Rossomanno, e lo stesso imputato aveva l’obbligo giuridico e morale di controllarli. Il pastore però quel giorno non c’era, si scoprirà dalle sue stesse ammissioni, perché aveva mal di denti. Secondo i giudici però avrebbe dovuto sapere che i suoi cani potevano essere pericolosi e a testimoniarlo sono stati passanti, ciclisti, frequentatori della pineta. Tutti minacciati dagli animali e salvati dal richiamo tempestivo fatto dal pastore, qualcuno dopo essersi rifugiato su un sasso. A raccontare la violenza subìta l’atteggiamento degli animali all’arrivo dei carabinieri: erano pronti ad aggredire di nuovo. Ad allontanarli sono stati solo gli spari in aria delle pistole. A salvare il pastore dalle accuse di un omicidio volontario, il suo atteggiamento collaborativo e la decisione di dismettere il gregge all’indomani dell’omicidio. A essere valutata la “leggerezza con cui Rossomanno ha agito, la sua trascuratezza, imperizia, insispienza, irragionevolezza”, ma non è stata riconosciuta la volontà di aver causato l’incidente. “Non v’è dubbio che la condotta dell’imputato sia lontana da quella doverosa e che l’azione si sia svolta in un contesto di illiceità, che si siano palesemente violate le norme sulla pastorizia e che vi sia un nesso causale tra la condotta omissiva e l’accaduto”. Ma per i giudici il pastore non era pienamente consapevole della pericolosità dei cani anche perché chi l’ha testimoniata nel processo a suo carico, a suo tempo non l’ha denunciata. Si confermano i 3 anni al pastore e si  ridetermina a soli 5 mesi la pena per la madre Maria Procopio. Una sentenza difficile da accettare per la comunità di Soverato che vede dietro quella morte molto più di una tragica fatalità. La giustizia ha emesso il suo verdetto che non ha forse accontentato i giustizialisti: a Soverato, però, l’impressione è che ancora una volta sia stato condannato il reato, ma assolto il sistema. 

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